Overwhelming Nature
Capitolo 1: prima dell’umano. Parte 1: mondo minerale
Un racconto del rapporto tra Natura e Cultura, e del suo evolvere.
Di Matteo Gaspari
Sul fondo asciutto di un oceano minerale, crepato e spaccato come un piatto caduto a terra.
Tracce di fiamme funeste tra le sabbie coagulate. Le figure svanivano in lontananza.
– Cormac McCarthy, La strada, traduzione di Martina Testa
Trovato singolare frammento di steatite del diametro di circa un metro e ottanta e uno spessore di quattro centimetri; è diverso da qualsiasi formazione locale finora scoperta. Il colore è verdastro, ma mancano dati per datarlo con precisione. È stranamente liscio e regolare; la forma ricorda una stella a cinque punte con i vertici spezzati; gli angoli e il centro della superficie mostrano altre intaccature. Una piccola incavatura liscia si trova al centro della stella. L’oggetto suscita curiosità per la sua provenienza e il lavorio prodotto dalle intemperie: probabilmente è un prodotto bizzarro ma casuale dell’erosione dell’acqua.
– Howard Phillips Lovecraft, Le montagne della follia, traduzione di Giuseppe Lippi
Nell’Era degli Antichi… il mondo era amorfo e avvolto dalla nebbia. Un regno di rupi grigie, alberi giganti e draghi eterni.
– Dark Souls
Lasciamo da parte Philippe Descola e gran parte della filosofia ecologica (occidentale) contemporanea, che pure quando verrà il momento ci aiuteranno a problematizzare i termini Natura e Cultura, a ridefinirli secondo quanto ci interessa. Solo per ora prendiamoli, questi termini, per come li prendiamo tutti i giorni, attribuendogli il senso superficiale con cui il nostro mondo ci ha insegnato a pensarli. Cultura siamo noi, l’umano, il nostro agire collettivo (ma in certi ambiti anche individuale) e gli effetti di quell’agire su tutto il resto, sullo sfondo, su quello che pensiamo sarebbe il mondo senza di noi. Quel “tutto il resto”, quello “sfondo”, quel “mondo senza di noi” è Natura: un mondo che una volta rimosso l’umano immaginiamo imperturbato, nel nostro delirio arrogante di unicità e separatezza, nel nostro pensarci detentori di un’agentività speciale non solo sul piano pratico ma anche su quello ontologico.
Questo, che io chiamo delirio arrogante, non è che la lente attraverso cui leggiamo la traiettoria dell’esistente e, soprattutto, il nostro posizionarci in quella traiettoria. Istanziamo, con questa lente, la più grande delle dicotomie: non quella tra io e l’altro, o tra il qui e l’altrove, ma quella tra un io-esteso e un altro definito solo per negazione come non-io. Nonostante l’evidente sproporzione di estensione, l’agire del vasto ma pur sempre limitato io-esteso sull’infinito non-io sta avendo, lo sappiamo, effetti catastrofici.
Dipesh Chakrabarty definisce Antropocene, l’epoca non geologica ma psico-filosofica che abbiamo imposto al pianeta, l’epoca in cui l’umano è mutato (si è mutato) da agente biologico ad agente geologico. È una buona descrizione che, come tutte le descrizioni, ci dice dello stato delle cose, non delle sue cause. E le cause, argomenterò, risiedono in quella visione dicotomica: la percepita separatezza concettuale tra Natura e Cultura che si è fatta profezia autoavverante, il soccombere della prima insito fin nei primi passi della seconda. Ecco allora che la lente con cui leggiamo il mondo e il nostro stare al suo interno diventa lo strumento attraverso cui abbiamo creato, creiamo e, infine, distruggeremo non tanto il mondo ma senza dubbio, in esso, il nostro stare. Sarà necessario un superamento di questo sentire bipartito, un cambio non di coordinate ma di paradigma che tante pensatrici e tanti pensatori, da Bruno Latour a Donna Haraway, cercano oggi di proporre per evitarci il disastro. Evitarlo a noi, perché la Natura come non-io, come “tutto il resto”, è imperitura per definizione.
Questa rubrica è dedicata alla necessità di questo cambio di paradigma e, pertanto, all’esplorazione dei passi che ci hanno condotto allo schema attuale. O, per meglio dire, all’esplorazione del racconto di quei passi. Che poi, essendo l’Antropocene prodotto inevitabile della dicotomia Natura-Cultura che, a sua volta, non è che una questione di rappresentazione del reale attraverso la nostra interpretazione, non fa differenza: sono l’interpretazione e il racconto, più che un’oggettività esterna, ammesso che esista, a interessarci.
Toccherà partire dall’inizio. Anche perché, nel nostro caso, inizio e fine condividono non poco e presentano quindi analoghe sfide. D’altro canto, la narrazione del dopo-di-noi ha in comune con la narrazione del prima-di-noi il fatto di essere una narrazione senza-di-noi. C’è però una differenza sostanziale, che rende il prima più difficile da raccontare del dopo: nel dopo, ciò che rimane porta ancora i segni del nostro passaggio, rimosso l’agente culturale possiamo ancora e in qualche modo sempre rintracciare l’effetto della sua azione. Tracce di Cultura permangono, indici (in senso semiotico) di soggetti che, anche se scomparsi, non sono meno prossimi ai loro residui. L’umano non calca più il mondo ma le sue rovine, vuote e devastate, coperte di polvere o di muschio, sono ancora lì. Tutto, in questo scenario, è Terzo Paesaggio, per dirla come Gilles Clément. Ed è possibile immaginarlo, visualizzarlo, raccontarlo, quel paesaggio, perché il suo essere non può prescindere dal nostro essere esistiti e noi possiamo dunque leggerlo attraverso la chiave interpretativa della nostra stessa esistenza. Che è la stessa che applichiamo al mondo-con-noi.
Raccontare il prima-di-noi impone, viceversa, una rimozione più radicale del dittico agente-osservatore che sono, nell’oggetto del racconto che rifiuti gli artifici del “come se” e del “a posteriori”, assenti in senso assoluto. È una rimozione che si fa tanto più difficile quanto più profondo è il carotaggio di quel “prima”, vale a dire tanto meno prossima è l’esistenza dell’eventuale osservatore, tanto più lontano spingiamo lo sguardo. Che un tale livello di rimozione sia possibile, nell’ambito di una narrazione che è dall’umano per l’umano, non è ovvio, ma il fumetto parrebbe percepire il proprio compito facilitato. Nulla, lo vedremo, è prerogativa dell’umano quanto la parola, articolazione significante del suono. Il fumetto ha quindi sulla prosa il vantaggio di poter vivere di sola immagine: rimuovendo dal suo narrare la componente verbale rimuove, in qualche misura, la specificità antropica dell’osservatore umano restituendoci piuttosto l’oggettività della sola immagine, che percepiamo esistente in sé, prodotto meccanico della rifrazione della luce dalle e sulle cose.
L’année de la comète è un fumetto dell’artista francese Clément Vuillier, pubblicato nel 2019 dall’editore di Strasburgo che allora si chiamava Éditions 2024 e che ora, che il 2024 è passato, ha cambiato nome in Éditions 2042. Le 48 pagine di grande formato (28,5 per 38,2 centimetri) si aprono con la vastità di un cosmo solcato dal ruggire fiammeggiante di una cometa. Sotto, altrove, il pianeta minerale al più ricoperto da qualche distesa d’alberi, attende gli sconvolgimenti del passaggio del corpo celeste. La visione di questo mondo, in cui la nostra esistenza è così di là da venire, provoca un certo senso di vertigine. Colpisce con particolare forza la compresenza di immobilità rocciosa e di violenza esplosiva, la furia primigenia degli elementi, soffocanti nell’affastellarsi di un tratteggio sottile e fittissimo, quasi stridente con la delicatezza dei colori pastello che dominano le ampie vedute. I campi, quasi sempre lunghi o lunghissimi, spingono l’orizzonte verso il basso e producono un senso di scala che come ci rimpicciolisce, costringendoci al sublime kantiano.
Ritroviamo una analoga percezione del sublime nel successivo Terre Rare, che pure mostra i segni di un agire intenzionale per quanto imperscrutabile. Globi minatori, fuoriusciti da una qualche lontana struttura, segno di un’agentività incomprensibile eppure a noi affine. Sfere scavatrici a parte, domina l’alterità cristallina, rocciosa e minerale di un paesaggio di cui solo intuiamo la dimensione, spaziale quanto temporale. I dettagli, le occasionali pietre preziose, il nucleo prismatico del pianeta invitano l’indugio dello sguardo. Dettagli di pungente unicità in un panorama autosimilare eppure non amorfo.

Nel saggio Contro Natura, pubblicato da timeo nel 2024 con la traduzione di Assunta Martinese e la copertina fenomenale di Lola Dupre, la storica e filosofa Lorraine Daston discute il concetto di “natura specifica di una cosa”, e cioè la «natura intesa come essenza, ciò che rende una cosa ciò che è invece di qualcos’altro». A un certo punto afferma che: «una pratica che va a braccetto con il concetto di natura delle specie è la classificazione, e a un livello generalissimo basta l’esistenza dei nomi comuni a dimostrare che gli esseri umani avvertono la necessità di raggruppare le cose in categorie. È a stento concepibile un mondo in cui ogni singola cosa è irriducibilmente individuale, talmente idiosincratica da essere incommensurabile a qualsiasi altra cosa: un mondo di soli nomi propri».
Nei mondi atavici e lontani di Vuillier non ci sono nomi propri né nomi comuni perché ancora nessuno è venuto a imporre l’uno né l’altro. Ogni cosa è al contempo irriducibilmente individuale e indistinguibile da ogni altra: priva di un nome comune che la ascriva a una categoria ontologica e di un nome proprio che ne connoti l’unicità all’interno di quella categoria, ogni cosa è priva di scopo e, semplicemente, esiste. A noi non resta che osservarla esistere, da sempre e per sempre, sconvolta da mutamenti ed esplosioni e trasfigurazioni che pure, nella loro violenza incommensurabile, non producono altro che ancora la stessa cosa innominata. Tutto accade e nulla cambia. D’altra parte saremmo noi, in primo luogo tramite la parola, a tradurre gli eventi in segni e a collegare tra loro i segni per creare la Storia. La Storia è un prodotto culturale.
In Dopo la finitudine, pubblicato nel 2012 da Mimesis con la traduzione di Giuseppe Montalbano, il filosofo francese Quentin Meillassoux critica la tendenza post-kantiana al correlazionismo e cioè all’idea che il mondo non possa esistere senza l’umano: nell’accezione correlazionista, l’esistente non sarebbe né il mondo né il nostro pensare il mondo, ma la correlazione tra le due cose. A questa tensione, giustamente identificata come spiccatamente antropocentrica, Meillassoux vi oppone ciò che chiama realismo speculativo, che postula l’esistente a prescindere dall’umano (osservazione incontrovertibile: il mondo prima-di-noi è stato così come il mondo dopo-di-noi sarà) e lo qualifica come campo legittimo dell’esplorazione filosofica. Frange ed evoluzioni del realismo speculativo, come l’ontologia orientata agli oggetti, ci torneranno comode in futuro e non potrebbe essere altrimenti: indagare l’evolvere del rapporto tra Natura e Cultura di cui l’Antropocene è diretta conseguenza necessita in qualche misura l’accettazione che l’umano, ormai fautore di fenomeni che trascendono i suoi stessi limiti biologici, possa uscire da sé. Almeno con il pensiero, almeno come possibilità. Eppure, anche senza scomodare le leggi inafferrabili della meccanica quantistica e le loro ferree implicazioni sulla gnoseologia e l’epistemologia, nell’idea che l’umano possa del tutto togliersi dall’equazione e indagare non il proprio pensiero del mondo, né il mondo mediato dal proprio pensiero, ma il mondo stesso, c’è un’eco di arroganza antropica mascherata da falsa modestia. In fin dei conti, a questi mondi senza-di-noi non accediamo che tramite il loro racconto, la loro rappresentazione, e il racconto è un processo inevitabilmente correlazionista: non ci restituisce che la correlazione, mediata da una forma che noi imponiamo, tra ciò che è (o che è stato, o che sarà, o che potrebbe essere) e come lo pensiamo.

Per quanto il fumetto, in questo caso il fumetto di Vuillier, possa rimuovere la parola dalla propria grammatica e con essa l’azione significante, del tutto umana, che la parola ha sul reale rappresentato, il fumetto presuppone comunque l’esistenza di un osservatore, almeno in astratto. È facoltà inevitabile di quell’osservatore, di quel lettore implicito, ricondurre quanto legge al proprio esperito e a un paradigma interpretativo che gli è proprio. I mondi di L’année de la comète e di Terre Rare possono precederci e presentarsi a noi vergini dall’ontologia imposta dai nomi comuni e dai nomi propri, ma siamo poi noi a proiettare di ritorno quell’ontologia su quei mondi di cui, per esempio, possiamo scrivere e parlare. Ne riconosciamo le rocce in quanto tali, i cristalli in quanto tali, le palme e le onde in quanto tali. L’idea che l’immagine e in particolar modo l’immagine disegnata (ma anche registrata, fotografata, immaginata) sia neutra e indifferente all’esistenza o meno non di quest’osservatore specifico ma del concetto di osservatore non è che un’illusione. E questo anche al netto della scelta del punto di vista, dell’inquadratura, del montaggio della sequenza. Vi è, nella natura dell’atto di raccontare e, più in astratto, nell’atto di osservare un limite invalicabile che ci preclude di arrivare alla purezza imperturbata del mondo prima-di-noi. A un mondo che sia, davvero, solo Natura. Possiamo provare a spingere indietro lo sguardo, sempre più indietro. Ma quale sguardo staremmo spingendo lontano, se non il nostro?

